Psicologia del ritratto: tra ansie, timidezza e click

Non ce n’è: la fotografia di ritratto non è una cosa per timidi. Facciamocene una ragione e cerchiamo di lavorare sulla nostra autostima e sulla nostra consapevolezza, ci torneranno parecchio utili. Godetevi il vostro contenuto esclusivo.

© Walter Meregalli – Progetto personale di ritratti per Tucano Urbano. Modella: Giada Piamonte


Il momento del click

Abbiamo chiesto il permesso, che il nostro soggetto ci ha accordato, e ora stiamo per scattare.

Il momento fatidico del click è un momento particolare, che richiede tutta la nostra attenzione. Nella manciata di istanti che precede lo scatto, siamo chiamati a compiere scelte dalli quali dipenderà inesorabilmente la riuscita del nostro ritratto.

La lista di scelta da compiere potrebbe anche spaventarci, per questo dobbiamo fare appello a tutta la nostra consapevolezza e, perché no, anche alla nostra autostima.

La parola d’ordine è rapidità, che però non ha nulla a che vedere con fretta, tutt’altro.

Dovremo compiere tutte le scelte necessarie, dovremo farlo rapidamente, ma non frettolosamente.

Dovremo analizzare la luce e compiere la scelta migliore, valutare i lineamenti del volto del nostro soggetto e inquadrare di conseguenza, dovremo comporre l’inquadratura in modo accurato. E dovremo fare tutto con una certa rapidità, del resto ci hanno concesso il tempo di una fotografia, non una vita.

Questo significa soltanto una cosa: avere le idee chiare. Su tutto! Avere le idee chiare sulla tecnica fotografica, sulla composizione. Avere le idee chiare sull’intento che ci spinge a scattare quel ritratto, sul linguaggio che vogliamo impiegare.

Credetemi, non è una cosa né semplice né naturale, soprattutto quando uno sconosciuto ci fissa enigmatico e per nulla a suo agio a poco più di un metro da noi.

Questo è il momento dell’autostima. Sappiamo quello che stiamo facendo, perché lo abbiamo già fatto, perché conosciamo la nostra attrezzatura e padroneggiamo la tecnica che la regola, oltre ad essere più che convinti dell’intento e di tutto ciò che gli si lega.

Se non è così, significa che dobbiamo tornare a ripassare la tecnica fotografica, la composizione, che dobbiamo nutrire la nostra creatività con esempi illustri e poi tornare sul campo.

Nel momento del click esistono soltanto:

  1. il nostro soggetto,

  2. il nostro intento,

  3. l’inquadratura che abbiamo scelto e composto,

  4. le scelte tecniche che abbiamo deciso

Il resto va spento.

© Walter Meregalli – Sorriso. Questo scatto è il risultato di una rapida serie di scatti intermedi, che sono semplicemente serviti a mettere il soggetto a suo agio. Sono stato fortunato, ma mi piace pensare di aver dato una mano alla fortuna. In ogni caso, se il simpatico “baffo” non avesse mai sorriso e non si fosse mai lisciato i baffoni, avrei comunque potuto scegliere tra una serie di cinque o sei scatti comunque buoni. Capito cosa intendo dire!?


La fotografia di ritratto non è roba per timidi

La fotografia di ritratto non è roba per timidi, datevi al paesaggio, allo still life! Forse il concetto risulterà un filo tranchant, ma di certo sintetizza molto efficacemente l’anima del fotografo di ritratto, che non può essere un’anima timida.

Per scattare un ritratto, dobbiamo esporci e spesso misurarci in diretta con ciò che saremo in grado di produrre – questo è il pegno che siamo costretti a pagare alla rivoluzione digitale (!).

Dal momento che abbiamo vinto la nostra naturale refrattarietà e abbiamo chiesto al nostro soggetto di posare per noi, sarà bene sfruttare questo abbrivio e non limitarsi a chiedere che guardi in macchina e scattare.

Chiediamogli di spostarsi, se necessario, dove lo sfondo è meno ingombrante o dove la luce è più favorevole. Se la posa o l’espressione che sta assumendo non ci convincono, chiediamogli di cambiarle, aiutiamolo, interveniamo, fino a che non si raggiunga qualcosa che ci soddisfi.

Non è certo questo il momento né di avere un rigurgito di timidezza né di accontentarci.

Ricordiamoci che quell’istante è unico e non ci si ripresenterà come tale, sfruttiamolo al massimo.

Ricordiamoci anche che il nostro soggetto ci ha concesso giusto il tempo per scattare qualche foto, non abusiamone e soprattutto non sprechiamolo. Andiamo dritti al punto, facendo richieste chiare e sensate. Evitiamo di dilungarci oltre modo e di far perdere tempo a chi ci sta facendo un enorme regalo.

@ Walter Meregalli – Alla festa di Shiva a Jaisalmer – Instaurare un rapporto con il soggetto è il vero segreto. Non necessariamente si deve trattare di una comunicazione verbale, a volte basta un sorriso.


Assumiamo il controllo

Il controllo è fondamentale.

Assumere il controllo significa:

  1. Liberarsi del proprio disagio

  2. Limitare il disagio altrui

  3. Dare indicazioni precise

  4. Mantenere la calma

  5. Essere rapidi

Un fotografo che non sa assumere il controllo è un pessimo fotografo di ritratto. Punto e a capo.

Liberarsi del proprio disagio Se pensiamo che ad essere a disagio sia soltanto il soggetto ritratto, ci sbagliamo alla grandissima. Mi è capitato di osservare molti fotografi affrontare un ritratto in balia della propria ansia e comportarsi esattamente come si comporterebbero tanti studenti di quinta superiore all’esame di maturità. Il nostro disagio non passa inosservato. Il nostro disagio influisce in modo negativo sul nostro soggetto. Questa è un dettaglio del quale è bene esserne consapevoli. Perché ci sentiamo a disagio mentre scattiamo un ritratto? Le ragioni possono essere diverse. Ad esempio, non ci sentiamo all’altezza e temiamo che il nostro soggetto o altri lì attorno smascherino il nostro bluff. Oppure abbiamo una conoscenza tecnica lacunosa e fatichiamo a fare le scelte che ci soddisfano. A volte il disagio nasce dalla vergogna o da fattori estranei a noi e al nostro soggetto – ad esempio degli spettatori. La sola cosa che possiamo fare è lavorare sulla nostra autostima e sviluppare non solo una certa abitudine, che viene attraverso la pratica,  ma soprattutto una certa dimestichezza con le questioni tecniche, che viene attraverso lo studio.

Limitare il disagio altrui Mostriamoci gentili e proattivi, empatici. Impegniamoci affinché il disagio di chi sta al di là dell’obiettivo sia ridotto al minimo. Ognuno sviluppi la sua personalissima tecnica per farlo. Io sono uno che parla molto e, non poteva che essere così, la mia tecnica per limitare il disagio altrui passa attraverso la conversazione. Se scegliamo di conversare, vietato buttare lì qualche frase stitica giusto perché vi sto consigliando di farlo. Una non-conversazione solitamente ottiene il risultato opposto e  il soggetto finirà col sentirsi ancora più in imbarazzo. Chiacchieriamo, cerchiamo argomenti comuni, evitando però di monopolizzare la conversazione, trasformandola in un monologo, che sortirà il solo effetto di soffocare il soggetto Facciamo qualche domanda,  ma che cerchiamo di non farle diventare un terzo grado. Il soggetto si sentirà ancora più sovrastato. Se poniamo delle domande, cerchiamo di anche di ascoltare le risposte. Ma soprattutto: sorridiamo, il sorriso ha poteri straordinari e diamo fondo ai complimenti, sono un’ottimo strumento per limare il disagio altrui, l’importante è non esagerare o scivolare nel grottesco.

Dare indicazioni precise Devono essere precise, chiare, possibilmente impartite guardando in faccia il soggetto e non nascondendosi dietro la macchina. Ricordiamoci che il soggetto posa a specchio rispetto a noi. Evitiamo dunque di dire “spostati a sinistra”, potremmo semplicemente confonderlo. Meglio dire “un po’ più da questa parte” e mostrare con la mano ciò che intendiamo. È una buona abitudine imparare a mimare noi stessi la posa o l’espressione che abbiamo in testa, molto meglio che provare a descriverla.

Mantenere la calma Ricordiamoci che dall’altra parte, quasi sempre, sta andando in scena un momento di reale imbarazzo e che, tranne in rari casi dove abbiamo a che fare con modelli professionisti o narcisi di prima qualità, il solo pensiero che attraversa loro la mente è quello di mettere fine a quel siparietto imbarazzante. Potrebbe capitare che non capiscano quello che vorremmo facessero, che si ostinino fare di testa loro o altro ancora, in ogni caso: nessuno sbuffo, nessun isterismo, nessun motto di stizza.

Essere rapidi Rapidi, ma non affrettati. Ricordiamoci che un soggetto stanco spesso non è granché, ma questo non ci deve indurre a scattare frettolosamente. Diamo il giusto valore al tempo che i nostri soggetti ci concedono ed evitiamo di sprecarlo, ma diamo il medesimo giusto valore a ciò che cerchiamo di esprimere con quel ritratto ed evitiamo di sacrificare il risultato sull’altare della fretta o della vergogna. Mostrare gli scatti è un’arma a doppio taglio. Non sempre ciò che noi consideriamo un buon ritratto coincide con i criteri di successo del nostro soggetto. Valutiamo con attenzione l’eventualità di mostrare o meno quanto appena scattato. Assolutamente vietato farlo se abbiamo la sensazione che il nostro soggetto sia particolarmente indeciso o ansioso. Valutiamo la cosa con consapevolezza. Se da un canto guardare assieme gli scatti aiuta molto lo svolgimento della sessione, caricando l’autostima del soggetto o aiutandolo a correggere eventuali errori di posa o di espressione; dall’altro canto potrebbe affossare irrimediabilmente l’autostima del soggetto e far salire i titoli di coda sullo shooting.

Nei prossimi contenuti esclusivi affronteremo le differenze tra ritratto ambientato e ritratto in studio e proveremo a capire cosa si intende con l’espressione tono di voce.

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© 2015 by Walter Meregalli.

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